Risposta a G.Mannino sullo strano “granaio delle Grotte della Gurfa”

Grotte della GurfaRingrazio per l’invito e l’ospitalità ed entro nel merito delle attenzioni più recenti che l’amico e studioso Giovanni Mannino rivolge alle mie indagini sull’impianto ipogeico delle Grotte della Gurfa di Alia, in particolare nelle sue Osservazioni critiche pubblicate sui siti:

Legrottedellagurfa.blogspot.it datato 30.8.2015 e titolato La Gurfa di Alia vista da Luigi Tirrito;

Qualcheosservazionesuminosse.blogspot.it/ datato 8.11.2015 e titolato Qualche osservazione su Minosse.

Prof. C. Montagna

Discussione che adesso diventa pubblica, dopo una lunga corrispondenza privata che abbiamo cordialmente intrattenuto sul tema da qualche anno, che ora assume qualche tono sopra le righe; che ho il dovere di ridimensionare a tutela della fondatezza dei miei studi sul sito e quindi della mia immagine di ricercatore. Diamo ovviamente per scontato che la sana polemica fra studiosi resta il migliore approccio agli studi per l’avanzamento della conoscenza; che però necessita del rispetto delle posizioni che si contestano.

Parto proprio dal tentativo “ironico” di sminuire e banalizzare decenni di mie ricerche, che G. Mannino tenta di fare “dedicandomi” questa vignetta:

La risposta che fornisco è invece “seria”. Rimando l’amico Mannino ad un bell’esempio, di cui vado fiero, di come la concretezza del Mito può dare un senso ai luoghi. Si vada a leggere il Decreto dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana n°8410 del 3.12.2009, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana n°3 del 22.1.2010, che istituisce la “CARTA REGIONALE DEI LUOGHI DELL’IDENTITA’ E DELLA MEMORIA” e scoprirà che alla Gurfa di Alia oltre che Minosse c’è anche … Dedalo!

Il censimento dei Luoghi dell’Identità e della Memoria in Sicilia, meritevoli quindi di conoscenza, valorizzazione e tutela istituzionale, è stato curato dal Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro e per le Scienze Naturali ed Applicate ai beni Culturali, che ne cura anche i nessi con la Carta del Rischio del Patrimonio Culturale ed Ambientale, con il Registro delle Eredità Immateriali e con l’Albo delle Piante Monumentali della Sicilia. L’obiettivo è quello di estendere la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale ed ambientale di Sicilia a quei luoghi ed edifici che contribuiscono a costruire l’identità e la memoria culturale dell’isola, attraverso valori riconducibili ai temi del mito e leggende, del sacro, della storia, della cultura, del lavoro, del gusto, del racconto letterario, televisivo e filmico.

In particolare i “luoghi del mito e delle leggende” sono gli spazi fisici connessi alle vicende mitologiche o alle ambientazioni di leggende scritte e/o tramandate evocanti la presenza di forze primigenie. In particolare questo è l’elenco che vi si legge:

“3 LUOGHI DEGLI EROI E DELLE LEGGENDE EROICHE

Mito di Dedalo e Minosse:

  • Rocca di Kamicos (S. Angelo Muxaro, Agrigento)
  • Kolymbethra, acque dell’Alabon
  • Bagni di Vapore, Monte Kronio (Sciacca, Agrigento)
  • Mura Megalitiche (Erice, Trapani)
  • Spiaggia di Capo Bianco (Eraclea Minoa, Agrigento)
  • Grotte della Gurfa (Alia, Palermo)

Quindi stiamo parlando di “cose serie”alla Gurfa, che fino a prova contraria rappresentano la “posizione ufficiale” dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali in Sicilia. Dell’indagine su questa linea, da ricercatore indipendente, da qualche decennio mi assumo la responsabilità e penso di avere contribuito nella sostanza a determinare l’importantissimo provvedimento amministrativo, che tanti vantaggi darà alla Gurfa.

Ulteriore e necessaria evidenza preliminare per i “non addetti ai lavori” è questa: Mannino, da archeologo accreditato e grande speleologo della Soprintendenza di Palermo, parla di “archeologia delle grotte della Gurfa” in assenza di reperti propriamente archeologici, tirandone giudizi e conclusioni sull’impianto architettonico. Montagna, da storico dell’arte ed architetto, parla di “architettura degli ipogei della Gurfa”, tirandone giudizi e conclusioni in presenza del monumentale reperto architettonico che è la Gurfa stessa; testo di grande architettura in un contesto di rilevante paesaggio archeologico.

Prima di ogni altra cosa quindi la “questione Gurfa” è un problema di storia dell’architettura, con evidente rimando al paesaggio archeologico circostante. Ecco perché l’architetto Montagna se ne occupa.

L’attribuzione di senso che diamo alle cose ci obbliga sempre a rispondere alla domanda socratica del “cosa è”, “che significa”, “che rapporto ha con un senso ultimo conosciuto o da cercare”. E’ quello che ho fatto alla Gurfa: togliere banalità agli ipogei cercando di attribuire loro un senso. Che poi è il carattere distintivo di ogni ricerca e l’abito mentale del ricercatore. Nella ricerca storica spesso il posto che occupa il “documento” di architettura è di prima grandezza, come nel nostro caso. Ritengo perciò deleterio l’accanimento con cui il Mannino si prodiga nella banalizzazione di quell’impianto grandioso di architettura, qualunque cosa essa possa essere stata, in particolare il vano tholoide, per ridurla a “granaio” di imprecisata epoca. Per fare questo arriva perfino ad equivocare, con citazioni monche e di “seconda mano” sull’uso delle fonti storiche. Per esempio, nel citare la descrizione della visita che L. Tirrito fece alla Gurfa, pubblicata nel 1873, che riprende dal mio testo Thòlos e Tridente, omette di scrivere la parte finale e più importante, che pure avevo pubblicato, che è questa: “… Si veggono nel frontespizio di questa grotta geroglifici logorati, che per le interruzioni e la brevità della visita non mi fu agevole prenderne nota. Tali grotte alludono per la loro antichità ad abitazioni Trogloditiche, anziché di saraceni, come i coloni le credono …” E poi ancora oltre, il Tirrito dice: “… quel magnifico casamento incavato nel sasso, alludenti ad abitazioni Trogloditiche, poi occupate dagli Arabi …”. E’ quindi chiaro che Tirrito fece una visita ai luoghi molto frettolosa e quindi superficiale, riuscendo a vedere solo alcuni ambienti della parte visitabile della “masseria”, piena di gente che vi lavorava, di animali affollati nella stalla, che è proprio il “vano a tenda” di piano terra che non descrive, o la quarta “stanza” del piano superiore. Vani che non visitò! E’ da considerare che quell’ambiente di piano terra doveva essere collegato con un vano esterno di cui restano i sesti d’incastro della carpenteria del tetto a spiovente: quindi praticamente invisibile. Da questo a tirare la conclusione che fa Mannino circa lo scavo di quell’ambiente monumentale dal “tetto a tenda” di piano terra, o della quarta stanza di sopra, addirittura in epoca successiva al 1873 (!), ce ne corre … di pura fantasia. Stessa argomentazione gratuita che usa per sostenere addirittura che lo stesso vano campaniforme/”granaio” avrebbe avuto originariamente il fondo a circa 7 metri di quota in alto dall’attuale livello d’ingresso: ovviamente il tutto senza alcun indizio di prova e contro l’evidenza del Tirrito che asserisce potersi arrivare a quel livello, evidentemente dall’attuale calpestio esterno “… per una scala di sette gradini cavati nel masso.” Conclusione tecnica ovvia che smentisce l’ipotesi di Mannino : ciascuna alzata di quella “scala” assurda avrebbe dovuto misurare circa un metro d’altezza!

Tirrito ritorna sul tema dei “geroglifici” in altra parte della sua opera. Fornisce loro un significato ed una precisa attribuzione “preistorica”, così scrivendo sui “graffiti” della grotta di Annibale o di Capelvenere presso Castronovo, associandoli alle incisioni similari che vide alla Gurfa:

Grotte Trogloditiche. Nei due lati di una collinetta gremita di oliveti e vigneti, che addimandasi, Le Grotte, incontransi vani incavati nella pietra arenosa, con segni indubitati di antiche abitazioni. Nel lato orientale presso le sponde del Lico-Platani, che fa parte del latifondo Pescarìa, sonvi tre grotte con sedili, ed una celletta nel centro, con vestigi di linee logorate a guisa di geroglifici. In cima della stessa collina al nord ve n’è un’altra più rilevante, denominata negli atti municipali, la grotta di Annibale … Sono in essa scolpiti in otto separati gruppi i segni di sopra riportati e che giova qui riprodurre:

 Senza titolo

 

Sono caratteri? Indicano numeri, o segni di peso? Hanno essi qualche apparenza di scrittura grafica; alcuni come la U somigliano i numeri della tavola 65° delle iscrizioni geroglifiche raccolte e pubblicate da Champollion-Figeau nell’antico Egitto; altri non sono dissimili dai numeri del calendario Messicano del Larenaudier. Sono certamente segni simbolici figurativi, dei quali se ne trovano brani nelle altre grotte di quella contrada, ed in una di quelle di Gurfa. L’archeologia ancora non ha pienamente illustrato con maggior diligenza le antiche abitazioni dei Trogloditi in Sicilia, dai quali quelle grotte furono abitate nell’epoca preistorica. …”(L. Tirrito, Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia”, Palermo,1873, pp.195-196, vol.1).

Altro motivo serio per cui quegli ambienti non possono risalire a dopo il 1873 sta nella testimonianza di Ciro Leone Cardinale, che Mannino cita omettendo di dire l’essenziale sulla datazione che quell’autore ne dà: parla infatti di “avanzo di civiltà protoistoriche” e poi le data all’ VIII sec. a.C. . E’ ovvio che se gli ambienti che Mannino assicura mancanti alla data del 1873, quindi scavati dopo, fossero stati veramente realizzati in quel tempo, e Tirrito muore nel 1886, se ne sarebbe avuta notizia e C.L.Cardinale ne avrebbe parlato nel 1907 quando pubblica Alia, Monografia in “Dizionario illustrato dei Comuni siciliani.

Questo è invece quello che dice:

“… magnifiche grotte, splendido monumento ed avanzo di civiltà protoistoriche, sopravvissuto miracolosamante ai tempi e ai vandalismi dell’uomo… ergesi maestoso e severo un gran casamento, conosciuto sotto il nome di “grotte della Gulfa”. Esse stanno incavate in un’enorme rupe che scende leggermente incurvata al suolo e sono in numero di sei…” Quindi le descrive nello stato in cui noi le conosciamo, soffermandosi sulla sacralità del vano campaniforme, per il quale invece biasima l’uso indecente che se ne fa di stalla, pagliera e granaio (!): “Questa splendida moschea, in cui non si sa se devi ammirare più l’arte impeccabile dello sviluppo delle curve o l’immane lavoro costato, oggi purtroppo rovinata dall’uomo, che, dividendola in diverse sezioni, ha creduto di destinarla ad uso di stalla, di pagliera e di granaio, per la sua forma speciale e per l’epoca antichissima a cui si fa rimontare il casamento, pare un tempio, che la fantasia di alcuno imaginò dedicato al dio Sole. Non si vedono traccie d’iscrizioni, né all’esterno né all’interno. I vecchi narrano, per averlo inteso dai loro nonni ed avi, che un tempo si vedevano sul frontespizio dei geroglifici indecifrabili; ma allora bisogna credere che li abbia logorati il tempo, perché non ne rimane più alcun vestigio. Solo sul frontespizio, corrosi certo dalle pioggie, tra l’apertura che mette nella scuderia e quella del tempio, si osservano un po’ in alto, parecchi segni illeggibili … Il Tirrito inclina a credere che queste grotte rimontino all’epoca delle abitazioni trogloditiche e che poscia, durando sino al 1222, anno in cui venne il decreto di espulsione generale degli arabi dalla Sicilia, fossero state occupate dai saraceni, i quali ne fecero il centro del casale Gurfa. …. Noi pensiamo che potrebbero le grotte rimontare al sec. VIII av. L’e.v., quando giunsero in Sicilia dalla Grecia le colonie doriche od ioniche, che costrinsero gli antichi abitatori a riparare sui monti e nell’interno dell’isola …”.

Questo invece scrive Biagio Pace nel 1949, che è importante per definire meglio la categoria trogloditi: “ …le grotte di Gulfo in vicinanza di Alia, sfuggite fin’ora agli studiosi … Nel retroterra la necropoletta di Grotta della Gulfa presso Alia, mostra ceramiche romane aretine e bizantine … . Ritiene l’Orsi che “questi trogloditi fossero discendenti … dagli antichi siculi” di cui rimasero sempre dei nuclei attardati …” (Biagio Pace, Arte e Civiltà della Sicilia Antica, ed. Società Editrice Dante Alighieri, Vol IV). Per B. pace quindi i trogloditi sono i diretti discendenti dei Siculi dell’Età del Ferro.

Nella nostra contemporaneità così si esprime lo storico di Alia E. Guccione: “…’Gurfa’ è assai più antica di quel villaggio di origine saracena con la cui presenza i contadini spiegano anche la nascita delle grotte. La recente scoperta di un sepolcreto conferma, infatti, l’esistenza di una comunità sulle alture, quando la razza mediterranea, forse in quella sua diramazione che fu detta ‘iberica’, si era stanziata da padrona col nome di sicana all’ovest delle due Imere. Se vogliamo dare un orientamento cronologico, dobbiamo rifarci ad un’epoca molto lontana dalla nostra, e, pressappoco a tempi anteriori al 1000 avanti Cristo. E’ possibile giungere a tale periodo anche attraverso due prove: l’analisi dello spessore del fumo ‘incatramato’ sulle pareti delle grotte e l’esame dei segni lasciati dall’arnese usato per scavare la roccia. I sicani scavarono la pietra sia per mettere al riparo i loro morti, sia per crearsi un rifugio che potesse loro servire di abitazione e di fortezza ad un tempo. Le ‘Grotte della Gurfa’ rispondono in pieno a queste ultime esigenze. Esse, addirittura, hanno l’aspetto di un palazzo costruito nella pietra. Un’opera di dimensioni gigantesche che lascia attonito anche il più indifferente dei visitatori. … Visitare queste grotte è come scoprire una nuova pagina di storia, non solo della storia di Sicilia, ma anche della storia dell’umanità. …” (E. Guccione, “Le Grotte della Gurfa”, in “Un mese a Palermo”, anno III, n°7, Luglio 1976, pp.6-8)

Ad ogni modo, per brevità, per dimostrare la contemporaneità progettuale ed operativa di tutti gli ambienti si rimanda alle seguenti immagini per smontare l’ipotesi di Mannino con il semplice raffronto tipologico, che da “senso” all’opera:

Gurfa2

Pianta del piano terra della “Gurfa” di Alia

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Pianta del piano terra della “Petra” di Calathansuderj” a Comitini (AG)

 

I disegni dei rilievi a confronto, fuori scala, sono tratti da:

-AA.VV. “La Gurfa e il Mediterraneo”– Atti del Convegno di Studi storico-archeologici sulle Grotte della Gurfa (Dicembre 1995), ristampa ed. 2001, Comune di Alia.

-Vittorio Giustolisi, “La Petra di Calathansuderj e la ‘Statio Pitiniana’ “, Centro di Documentazione e ricerca per la Sicilia antica “Paolo Orsi”, ed. 1988-Palermo:

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Sezione della Gurfa, con evidenziata la “geometria aurea” che usa il progettista

Restituzione grafica Montagna, dal rilievo Marescalchi, in:“La Gurfa e il Mediterraneo”– Atti del Convegno di Studi storico-archeologici sulle Grotte della Gurfa (Dicembre 1995), ristampa ed. 2001, Comune di Alia:

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Impronta del Tridente inciso a sinistra dell’ingresso della thòlos

Rinvenimento e pubblicazione in: C. Montagna, Thòlos e Tridente. Il simbolo del tridente e la civiltà della thòlos nella valle del Platani, ed. Comune di Alia-Ass.to Regionale BB.CC.AA. e P.I., 2007:

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Capitello con decorazione a Tridente sulla parte retrostante del Pantheon di Roma

(Foto C. Montagna)

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Graffito/”Geroglifico” a ridosso dello stipite destro dell’accesso alla thòlos:

È uno dei “geroglifici” del Tirrito sopravvissuto alla catastrofe della Gurfa. Trova confronto tipologico nel segnario eoliano di M. Negri, pubblicato in: G. Castellana, La Sicilia nel II millennio a.C., ed Sciascia, 2002, p.168.

Rinvenimento e pubblicazione in: C. Montagna, Thòlos e Tridente. Il simbolo del tridente e la civiltà della thòlos nella valle del Platani, ed. Comune di Alia-Ass.to Regionale BB.CC.AA. e P.I., 2007:

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Uno degli ambienti a thòlos sottostanti al Castello di Sperlinga (EN), forato in alto e con dodici fori con evidente funzione calendariale: come alla thòlos della Gurfa serviva per la “misurazione del tempo”.

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Tempietto fittile, tholoide e forato in alto, da Monte Jato, ancora in uso alla fine del VI sec. a.C: è la “fotografia” di quello che poteva esserci sopra il foro di sommità delle strutture templari campaniformi di cui ci stiamo occupando:Gurfa10Gurfa, “abside” ad incasso quadrangolare sulla parete di fondo, a nord del “vano a tenda”. Sullo spiovente di destra è visibile il “foro” di uscita per la Catabasi. E’ evidente il riuso delle banchine funerarie rimosse per l’uso di mangiatoie e stalla:

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Gurfa, “abside” ad incasso sulla parete nord del “vano a tenda”. E’ evidente il segno a terra del limite delle banchine poi rimosse per l’uso di stalla:

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Tomba etrusca delle leonesse, con “tetto a tenda” ed incasso/abside, Tarquinia, 530 a.C.

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Gurfa, “abside” alla base della parete Est della Thòlos.

Sono evidenti i segni della rimozione delle banchine laterali alla struttura ad incasso:

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Antiquarium di Mussomeli (CL): “Pinax” votivo dal Santuario protostorico di Polizzello, rinvenuto in scavi del 2000 da Dario Palermo, secondo il quale rappresenta “… l’immagine di una porta…che certo doveva avere una precisa valenza simbolica … allude certamente ad un passaggio, nel mondo divino o nell’oltretomba …”. (Da: D. Palermo, Diodoro a Polizzello, in : Diodoro Siculo e la Sicilia indigena, p.99, Atti del Convegno di Studi, Caltanissetta 21-22.5.2005, Reg.Sic.Ass.to BB.CC.AA., ed.2006). E’, con evidenza, una “citazione portatile” della struttura sacrale che l’offerente ha visto alla Thòlos della Gurfa:

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Pianta e prospettiva centrale interna del Megaron ligneo protostorico di Gordion (Anatolia): è un importante riferimento per comprendere come doveva essere strutturato l’ambiente che corrisponde alla seconda “stanza” del piano superiore di quello che doveva essere il Megaron/Santuario della Gurfa, che ha in fondo alla parete sinistra, entrando, in sospensione da terra l’enigmatico “vano ad utero” con sovrapposta “cisterna”. (Da: L’Atlantide.it):

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Carpenteria lignea interna del Monte S. Rosalia a Palazzo Branciforte di Palermo.

(Immagine tratta dal sito: Palazzo Branciforte)

E’ un utile raffronto strutturale e tipologico per farsi un’idea di come dovevano essere gli interni lignei del Megaron e della Thòlos prima delle distruzioni per incendio:

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Basamento murario del megaron ligneo di Selinunte (580 a.C.). Fonte: Selinunte.net.

“…a pochi metri del monumentale tempio C, sorgono le rovine di un sacello rettangolare, di 17,85 m. x 5,31 m., costruito con muri pieni rialzati su uno zoccolo costituito da tre file di conci di tufo bugnati. L’edificio sacro presenta l’ingresso ad est tramite il quale si accede alla cella, dalle dimensioni molto allungate (9,10m.), con al centro due basi per le colonne lignee che in origine sostenevano il tetto. … Il megaron, di chiara origine arcaica decorato con pregevoli terracotte architettoniche, è databile al 580 a.C. circa, tuttavia si può confrontare con il tempio El, sorto alla fine del VIl secolo a.C., grazie a quella conservatività delle forme diffusa tra le colonie greche di Sicilia.” Utile osservazione: le dimensioni del Megaron ligneo di Selinunte sono paragonabili con quello della Gurfa, al netto del rivestimento ligneo: circa m. 9.60 (lunghezza) x m. 6,00 (larghezza), con misure multiple di un modulo di cm 30, desunte dal rilievo Marescalchi.

Risposta a G.Mannino sullo strano “granaio delle Grotte della Gurfa”

Ultime due utili osservazioni sugli ambienti tholoidi “forati”, che per Mannino devono essere per forza “granai”.

La prima: è noto che nell’antichissimo Santuario della Fortuna Primigenia a Preneste, a Palestrina (Roma), dove sono presenti due importanti ambienti a Thòlos, si praticava un antico culto oracolare. Un bambino si calava nel pozzo campaniforme/Thòlos, detto “antro delle sorti”, ed estraeva a caso una “sorte”, ossia una tavoletta su cui era scritto il vaticinio che veniva dato a chi consultava l’oracolo.

La seconda: Nel 1923, l’archeologo Boni elaborò, per i festeggiamenti del primo anniversario della marcia su Roma, il seguente programma dai connotati esplicitamente sacrali e pagani: “Cereris Mundus. Il granaio sacro ai misteri di Terra Mater, scavato nell’età romulea in vetta al Palatino, verrà aperto inaugurando le feste agricole romane, segnate nei calendari rustici dell’età più gloriosa’ … Nel 1913 … Boni s’era convinto, trovando sul Palatino una cisterna a tholos, di aver scoperto il mundus, ovvero la fossa di fondazione dell’Urbe, ove Romolo e i patres suoi compagni avevano gettato le primizie e le zolle delle terre di provenienza, per poi richiuderla erigendovi sopra l’ara su cui si accese il primo fuoco sacro di Roma. … (Sandro Consolato, Giacomo Boni, l’archeologo-vate della Terza Roma, in: Esoterismo e Fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, a cura di G. de Turris, ed. Mediterranee, 2006, p.191)La chiarezza della posizione è quindi solida ed evidente e per il momento ci fermiamo qui. Per il resto procediamo.

Per quanto riguarda la polemica che Mannino fa circa una falsa citazione della Braida, da me ripresa come fonte bibliografica attestata dalla Soprintendenza, relativa al fatto che Paolo Orsi conoscesse o meno la Gurfa, non entrando nello specifico e quindi prendendo per buona la posizione di Mannino, voglio specificare quanto segue, che è altrettanto probante del fatto che l’Orsi fosse a conoscenza di quello che c’era a ridosso della Gurfa. E’ utile rimandare alla presenza di attestazioni archeologiche a qualche chilometro di distanza ed in particolare ai ritrovamenti di armi di bronzo “minoico-micenee” nei pressi della stazione ferroviaria di Valledolmo durante i lavori di costruzione della linea ferrata attorno al 1882. Importantissimo è il contributo dell’opera di Angelo Mosso proprio a proposito dei “bronzi di Valledolmo”. Citiamo da Le armi più antiche di rame e di bronzo, edito dalla Reale Accademia dei Lincei nel 1908:

“….. Il museo di Siracusa contiene le armi più importanti per studiare le relazioni del popolo minoico coll’Italia. (p.51) …..Le armi di Creta si prestano meglio per lo studio delle forme ed anche pei raffronti cronologici, e perciò credo utile coi risultati degli scavi recenti passare in rivista una parte del materiale minoico e miceneo delle collezioni di Siracusa (p. 52Nota 1: Sono grato al prof. P. Orsi di avermi concesso che prendessi i campioni per le analisi di alcune armi preziose del suo museo). Quanto scrissero Erodoto e Diodoro sulle relazioni di Creta colla Sicilia nei tempi minoici venne confermato dagli scavi del prof. Orsi; e la tradizione di una grande impresa di Minosse contro la Sicilia non può considerarsi come una leggenda senza valore storico dopo che trovaronsi tanti bronzi di carattere minoico. Fino dai suoi primi lavori l’Orsi pose chiaramente il problema delle relazioni che ebbe la Sicilia coll’Egeo (p.52) . … In Sicilia non trovaronsi fino ad ora spade che abbiano l’impugnatura simile a quelle che erano in voga nell’ultimo periodo dei palazzi di Creta. Si trovarono invece pugnali e vasi di questa età. Una daga simile alla fig.13, p.497, N°90 fu trovata in una tomba a Valledolmo vicino a Caltanissetta (Nota 1: Colini, La civiltà del bronzo in Italia, Bull. Di paletn. Ital., XXXI, 1905, p.39, fig.148) ed una nella necropoli di Pantalica … Siamo quindi certi che non furono interrotte le relazioni colla Sicilia dopo che la spedizione di Minosse ebbe un esito sfortunato e, come narra la tradizione, questo veniva ucciso nella reggia di Cocalo” (p.57).

Tirando qualche conclusione: sappiamo così con certezza che Angelo Mosso aveva parlato con Paolo Orsi dei ritrovamenti importanti di armi minoiche nei pressi del sito della Gurfa, anche se è probabile che magari della Gurfa non sapesse di preciso, sottovalutando il sito, proprio per l’estrema precarietà conoscitiva del luogo, confuso addirittura con le “vicinanze di Caltanissetta”, che dista quasi sessanta chilometri.

Per quanto riguarda invece la contestazione di “scarsa scientificità” che Mannino mi fa dell’assimilazione di megalitismo e thòlos, rimando alla voce Preistoria, Religioni della, in “Enciclopedia delle Religioni”, Vol.4, ed. Vallecchi, 1972, che così recita: “11. La religione della civiltà megalitica. … rileviamo subito la presenza delle particolari costruzioni dette tholoi, ‘volte’, ‘costruzione a volta’ in Cipro, tipo logicamente analoghe a quelle dell’Anatolia meridionale (Kirokitia) e del periodo Tell Halaf, ad Arpachiya (presso Ninive). Si tratta di edifici sepolcrali costruiti, in forma circolare, ecc.”

E’ invece totalmente falsa l’affermazione che Mannino mi attribuisce circa la volumetria di “duemila metri cubi” che avrei calcolato per l’ambiente a thòlos, facendomi così fare la figura del “tecnico” sprovveduto. E’ invece questa la citazione corretta da attribuirmi, riferita alla cubatura totale degli ipogei: “Chi ha ‘pensato’ e scavato alla Gurfa ha tirato fuori dalla roccia dura almeno duemila metri cubi di materiale; ha svuotato un intero pezzo di montagna.” (Sulle tracce di Minosse, p.50).

Per quanto riguarda l’ipotesi del “granaio” tholoide della Gurfa, verificato che quando piove forte l’ambiente si allaga e che è molto difficoltoso perfino l’accesso a piedi al “foro” in alto, figurarsi con una cordata di animali o carri sullo strapiombo di 16 metri, quindi ne è irrazionale la destinazione, mi affido alla prosa di uno studioso antico, attento al problema. E’Luigi Canina, che in L’Architettura Antica descritta e dimostrata coi monumenti, ed. Canina, Roma 1859, questo scrive sulle immagini egiziane di depositi per il grano, nella Parte II dell’opera, dedicata all’Architettura egiziana, a pag.76, “ … luoghi deputati a servire di granaj: perché erano questi i più necessarj al vitto umano. Se ne hanno di essi due effigie dipinte nelle celebri tombe di Bem-Hassan … Nella prima di esse vedesi il granaro disposto in due piani con una scala che mette al piano superiore e con diverse persone impiegate a trasportare e misurare il frumento. Nella seconda effigie scorgesi pure il granaro disposto in due piani con scale tra di essi e parimenti con alcuni uomini occupati a trasportare il frumento. … Da queste effigie si deduce che i granaj erano innalzati a due piani per custodire in migliore modo all’asciutto il frumento nel piano superiore; mentre nel piano inferiore, potendo essere bagnato dalle acque nelle inondazioni del Nilo, avrebbe esso potuto soffrire.” Il buon senso dei nostri contadini ha fatto sempre altrettanto, per non perdere il prodotto più prezioso della terra. Aggiungo anche che ho fatto una visita/sopralluogo al Castello di Lombardia e Rocca di Cerere di Enna il 29.5.2014; ho notato i molto interessanti “siloi” a forma di tholoi campaniformi trovati da Paolo Orsi e datati al V sec. a.C., come recitano i pannelli descrittori, sui quali stanno, nell’ultimo cortile, sepolture a fossa successive che li hanno smorzati in testa. E’ evidente perciò che l’uso funerario delle fosse rettangolari successive si innesta su una precedente stratificazione di manufatti tholoidi che non possono essere di destinazione a “deposito granario”, in un areale che invece appare sicuramente sacrale e funerario. Il paragone è estremamente orientante per l’ipotesi del “granaio” alla tholos della Gurfa di Alia.

Ancora, per evitare equivoci, malintesi e “brutte figure future” sulla funzione di “silos per grano” del nostro monumentale ambiente campaniforme, occorre ricordare che: “Il Tesoro di Atreo. La Tomba 8 di Micene, nota come Tesoro di Atreo, è un sepolcro monumentale miceneo. Fu probabilmente edificata intorno alla metà del XIV secolo a.C., dunque molto prima della Guerra di Troia. Ciò nonostante, è comunemente ricordata come Tomba di Agamennone, mitico signore di Micene e capo della spedizione achea. Nel 1879, quando l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann iniziò la sua campagna di scavi a Micene, questa tomba era l’unica visibile, a differenza di quelle poste sotto la roccia. Prima degli scavi ottocenteschi, in verità, si pensava che questa costruzione fosse un enorme forno. Tale equivoco è legato all’annerimento delle pareti interne, causato dall’esposizione al fumo. Infatti, per un certo periodo, il monumento fu utilizzato come rifugio dai pastori, che usavano accendervi il fuoco per riscaldarsi e cucinare. …” (Giuseppe Nifosi, L’arte svelata, vol. A, ed. Laterza, 2014, p.48).

O, ancora, l’ipotesi errata che faceva assegnare, in assenza di altri reperti, perfino le piramidi d’Egitto alla classe dei “granai”, almeno fino alla spedizione egiziana del generale Bonaparte; sia pure “granai del faraone”, come sono raffigurate ed indicate le piramidi di Giza nei mosaici medievali del soffitto nel vestibolo della Basilica di San Marco a Venezia, nelle “Storie di Giuseppe”. Di quest’altra incredibile “storia” e clamoroso errore attributivo scrive con competenza F. Cardini nella prefazione al testo di N. R. Vlora e G. Mongelli, Dalla Valle del Nilo a Federico II di Svevia, Mario Adda Editore, Bari 1995. A quel testo illuminante perciò rimando.

Con queste annotazioni di confronto illustri, per sostenere intuitivamente la mia ipotesi sulla Gurfa, siamo sulla buona strada.

Pur di sminuire l’evidenza sacrale e l’impianto monumentale da primato mediterraneo della Thòlos della Gurfa, quindi banalizzarne l’importanza, Mannino tira in ballo un confronto con gli imponenti ipogei israeliani di Beit Gruvin/Maresca. Mi limito solo ad osservare che si tratta di un confronto “esaltante” ma “problematico”, per due motivi:

  • Si tratta di ambienti antichi millenari vagamente tholoidi e sicuramente riusate come cave di pietra documentate, sistematicamente scavate e studiate dal 1898-1900 e tra il1989-1992; patrimonio Unesco storicizzato e fonte di grande attrattiva turistica e culturale. Questo scenario rende “imbarazzante” il confronto con il “ritardo” della nostra archeologia “ufficiale”; così si capisce meglio perché “non” dovrebbe essere solo il prof. Montagna ad occuparsi della Gurfa … Al contempo, paradossalmente, inserisce la Gurfa nello scenario esaltante della “grande archeologia”. Decidersi: o la Gurfa è un banale granaio, di grandi dimensioni, oppure è un reperto importante di grande architettura, che può reggere il confronto perfino con Beit Gruvin. Il resto delle considerazioni lo lascio al lettore.
  • Non mi risulta che si tratti di ambienti censiti come Thòloi, ma di un palinsesto culturale dove sono compresenti svariate tipologie di strutture complesse.

Subito l’obiezione dell’amico Mannino sarà, come fatto varie volte in privato: “Ma chi ha detto che alla Gurfa c’è un ambiente a Thòlos oltre a Montagna?”

In risposta fornisco gli elementi propriamente archeologici a supporto delle mie affermazioni, circa la veridicità del fatto che alla Gurfa arriva la “Cultura della Tholos” minoico-micenea, senza ombra di dubbio ed a prescindere dalla mia ipotesi sulla tomba-tempio-santuario di Minosse. Cito dall’opera di F. Tomasello, Le tombe a tholos della Sicilia Centro Meridionale, Cronache di Archeologia n°34-35, 1995-96 Università di Catania-CNR, PA 1997, che è il punto di riferimento archeologico più documentato sugli ambienti funerari a tholos in Sicilia. L’autore, archeologo professionista “certificato”, dopo avere evidenziato, per l’ennesima volta (!), che il complesso di ingrottati e tombe della Gurfa “… nonostante il peculiare interesse architettonico non è mai stato oggetto di studio”, individua e scheda una tomba a tholos, così scrivendo a pag. 146:“Nel costone più basso circa 30 metri alla sinistra del complesso trogloditico è stata da noi localizzata una piccola camera a tholos la cui fronte risulta notevolmente rimaneggiata”. Poi in nota n°76, aggiunge: “Il complesso è articolato su due piani: quattro vani al superiore e uno al piano terra collegati da lunghi corridoi e facenti capo ad un vastissimo ambiente campanato a tholos …” . Quindi: la mia responsabilità di ricerca da storico dell’arte riguarda “solo l’ardire” di avere spostato di circa 30 metri ad Oriente il confine “scientifico certificato” dell’archeologia ufficiale! Tutto qua il “disturbo” da me portato alla serenità delle certezza pseudo-scientifiche di chi aveva archiviato definitivamente il “problema Gurfa”, mettendolo nel “cassetto della speleologia” o delle curiosità del fine settimana, appiccicando perfino l’etichetta “grotte” agli ipogei, che invece sono formidabile opera artificiale d’ingegno architettonico:

Gurfa18

Siti dell’Età del Bronzo in Sicilia: al n° 12 l’archeologo F.Tomasello censisce la Gurfa.

Da: F. Tomasello, Le tombe a tholos della Sicilia Centro Meridionale, Cronache di Archeologia n°34-35, 1995-96 Università di Catania-CNR, PA 1997, p.18

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Mi permetto di sottolineare, in chiusura di queste mie rapide osservazioni/contestazioni alle critiche sollevate dall’amico Giovanni Mannino, che resta un punto di riferimento per tanti altri suoi meriti professionali, che le possibili interpretazioni nella Storia dell’Architettura si intrecciano sempre con il percorso di molte altre discipline storiche, fra le quali la storia delle religioni, la storia della filosofia, la storia dell’arte, la storia della musica, e persino la storia della scienza. Una trasversalità che per R. Caillois è “scienza diagonale”. In assenza di questa “armatura intellettuale” si rischia di ridurre la complessità del reale alla semplicistica visione di quello che “si pensa di vedere”; come fa Mannino, e me ne dispiace, quando ammette: “Del lungo discorso … non ho nulla capito né il contesto né ancor meno il nesso … Montagna mescola argomenti che non riesco a seguire … Leggende, miti, indizi non fanno parte dell’archeologia … Con una certa fatica ho letto anche le pagine che concludono lo studio perché mi è occorsa molta attenzione essendo estranei per me miti, leggende e raffronti incomprensibili …”.

Per evitare ulteriore tedio al lettore, ed all’amico Mannino, riassumo dunque di seguito l’essenziale dei miei studi sulla Gurfa:

  1. a) La genealogia della Cultura della Thòlos è rintracciabile nella matrice anatolico-cipriota di VI mill. a.C. ed arriva almeno fino al Pantheon di Roma del II sec. d.C., con la successiva trasmissione per “memoria dell’antico”, in particolare negli ambienti tholoidi ipetrali/forati in alto; dalla Camera degli Sposi quattrocentesca di A. Mantegna a Mantova, o alle citazioni che ne fa James Turrell, che ho avuto l’onore di fare venire alla Gurfa nel 2009, nel RodenCrater che è in corso di costruzione nel deserto dell’Arizona-USA.
  2. b) Strutture a Thòlos significano sempre questo: ambienti di Culto, Potere e Salvezza per il post-mortem. Poi possono anche essere usate come “granai”. Rimando chi volesse approfondire la tematica al mio intervento: Thòlos: struttura di culto, potere e salvezza nell’architettura protostorica siciliana. Luoghi, reperti e relazioni fra mito e realtà del paesaggio archeologico, in: AA.VV., Santi, Santuari, Pellegrinaggi, Atti del seminario internazionale di studio, S.GiuseppeJato-S.Cipirello (PA), 31.8-4.9.2011, ed. Officina di Studi Medievali, PA, 2014.
  3. c) Quello che c’è in breve alla Gurfa.

Dopo la catastrofe culturale della perdita della sua memoria storica, alla Gurfa di Alia, c’è quello che resta di un impianto ipogeico dell’età del Bronzo, di sofisticata progettazione, in una necropoli eneolitica, dove è possibile rintracciare l’uso di moduli di “geometria aurea”. Il suo costruttore mostra di conoscere la memoria dei modelli di case-tombe a thòlos ciprioti di Choirokotia o, per esempio, del Megaron ligneo anatolico-frigio di Gordion, in una struttura unitaria che ha al piano inferiore una vasta camera funeraria dinastica, “tetto a tenda”, collegata ad un grandioso ambiente a thòlos per il culto, con sovrapposte le “stanze” di un Santuario, in cui si praticava il rito dell’ “incubazione” e della “catabasi”: rimandi straordinariamente simili alle descrizioni che le fonti storiche fanno per la tomba-tempio-santuario di Minosse, da ricercarsi nella valle del fiume Halykos-Platani. Di questa leggendaria tomba-tempio-santuario in Sikania in particolare parlano nel V sec. a.C. Erodoto (VII,170) e nel I sec. a.C. Diodoro Siculo (IV,78). La Gurfa si trova in un importante sito nel cuore della Sikania dell’età del Bronzo, nel punto di snodo strategico fra i sistemi fluviali Platani-fiumeTorto, che in antico collegava Himera, sul Tirreno, con Heraclea Minoa, sul Canale di Sicilia; da lì dovette passare il tiranno agrigentino Terone nel 480 a.C. quando, in marcia su Himera per la sua conquista, “rinvenne” e distrusse la tomba-tempio-santuario di Minosse. In assenza di reperti archeologici da scavi ufficiali, le tracce evidenti di distruzione ed incendio dei rivestimenti lignei alla Gurfa ancora aspettano una datazione.

Grazie per l’attenzione.

Carmelo Montagna

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Bibliografia essenziale:

L. Tirrito, Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia”, Palermo,1873;

– C. Leone Cardinale, Alia: notizie geografico-storico-etnografiche e documenti diversi intorno alla sua origine, Palermo 1901, ristampa a cura del Comune di Alia del 2001;

Biagio Pace, Arte e Civiltà della Sicilia Antica, ed. Società Editrice Dante Alighieri,prima edizione 1935. Vol IV (ed.1949) ;

– Eugenio Guccione, Le Grotte della Gurfa, in Un mese a Palermo, anno III, n°7, Luglio 1976;

– Silvana Braida, Alia. Le Grotte della Gurfa, opuscolo del Comune di Alia, senza data.

– Silvana Braida, Le Grotte della Gurfa , in Incontri e iniziative- Memorie del centro di cultura di Cefalù n°1/1984;

– AA.VV. La Gurfa e il Mediterraneo– Atti del Convegno di Studi storico-archeologici sulle Grotte della Gurfa (Dicembre 1995), ristampa ed. 2001, Comune di Alia;

Islam in Sicilia. Da Alia a Nàlut, le mille e una Gurfa, Atti del Convegno di Studi-AA.VV. 28 giugno 1997, a cura di Antonino Pellitteri, Comune di Alia;

– Francesco Tomasello, Le tombe a tholos della Sicilia centro meridionale, Cronache di Archeologia 34-35/1995-96, ed.CNR-Università di Catania, 1997;

– E. Manni, Sicilia Pagana, ristampa 2004 ed. “Quaderni dell’Almagesto/Fondazione Piccolo di Calanovella”, pag.33.

Palermo e Provincia – Archeologia / Testimonianze archeologiche della Provincia di Palermo, ed.2005, Azienda Autonoma Provinciale per l’Incremento Turistico di Palermo, testo di Amedeo Tullio, archeologo, pp.30-31;

– Carmelo Montagna (a cura di), Sulle tracce di Minosse, ed. Comune di Alia-Ass.to Regionale BB.CC.AA. e P.I., 2005 (Atti del Convegno di Studi-AA.VV., 2004);

– Carmelo Montagna, Thòlos e Tridente. Il simbolo del tridente e la civiltà della thòlos nella valle del Platani, ed. Comune di Alia-Ass.to Regionale BB.CC.AA. e P.I., 2007;

Archeologia nelle vallate del Fiume Torto e del San Leonardo, a cura di Stefano Vassallo, ed. Ass.to Reg. BB.CC.AA., 2007, pp.15-24, intervento su Alia di Monica Chiovaro;

– Giovanni Mannino, Guida alla preistoria del palermitano, p.15, Alia, ed. I.S.S.P.E., 2007;

– Carmelo Montagna, Il Tesoro di Minos. L’architettura della Gurfa di Alia tra Preistoria e Misteri, con un saggio introduttivo di Alessandro Musco, ed. Officina di Studi Medievali, 2009;

Terra e luce. Dalla Gurfa al Roden Crater di James Turrell, Catalogo della Mostra fotografica a cura di SoleLuna sull’opera di J. Turrell e A. Belgiojoso, Palermo, Galleria d’arte Moderna, ed. Skira, 2009. Contiene vari saggi fra cui quelli di G. Panza di Biumo (Terra e luce, dal Roden Crater alla Gurfa), di A. De Rosa (Dai canyon alle stelle: il Roden Crater), di M. Cultraro (Le grotte della Gurfa: appunti per un’archeologia del paesaggio), di Carmelo Montagna (Architettura e mito alla Gurfa) e di P. Nepoti (Lux sive tenebrae. Confini e limiti. Sulle tracce di una relazione tra il Roden Crater di J. Turrell e la Gurfa).

-Adriano Forgione, Intervista a Carmelo Montagna – Sulle tracce di Minosse, in Fenix/Mensile n°43, Maggio 2012, pp.44-49.

– C.Montagna, Thòlos: struttura di culto, potere e salvezza nell’architettura protostorica siciliana. Luoghi, reperti e relazioni fra mito e realtà del paesaggio archeologico, in: AA.VV., Santi, Santuari, Pellegrinaggi, Atti del seminario internazionale di studio, S.GiuseppeJato-S.Cipirello (PA), 31.8-4.9.2011, ed. Officina di Studi Medievali, PA, 2014.

 

(C.M. 6.12.2015)

Antonello Ciccarello
Nato e cresciuto in Sicilia, ho avuto da sempre il pallino della scrittura. Laureato nel 2012 in ‘Giornalismo per Uffici Stampa’ presso l’Università degli studi di Palermo e nel 2014 in ‘Giornalismo e Cultura Editoriale’ presso l’Università degli studi di Parma, durante la mia carriera universitaria ho collaborato con alcune testate a taglio generico. Ho deciso di creare questo blog per condividere con il popolo del web i miei pensieri e, anche se non tutti li troveranno condivisibili, spero che queste pagine possano essere uno spunto di riflessione sul mondo e (non solo) sulle sue brutture.
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