Norwegian wood: diario di un erasmus nella terra di Munch (parte 5)

diario di un erasmusLo Study buddy è un ragazzo del tuo stesso campus (ma anche no) che ti accoglie in città, ti spiega come funziona l’università e ti dà le prime informazioni che potrebbero esserti utili durante il tuo soggiorno. Incontrai Diana il 12 agosto verso le 18 al centro commerciale della stazione, l’Oslo City Center, perché punto strategico della città (e anche perché doveva andare a comprare un quaderno). Diana non era la tipica norvegese alta, bionda e con gli occhi azzurri, ma era di statura media, aveva i capelli neri, la carnagione scura, tanto che mi sembrò avesse origini indiane o giù di lì. Quando si presentò fu molto gentile e carina, cercò sin da subito di farmi sentire a mio agio senza fare troppe domande e lasciando parlare me. L’unica cosa che mi chiese dopo “ti piace Oslo?”, fu: “ti dispiace se viene pure mia cugina con noi?”. Io risposi che andava benissimo e mi sarebbe piaciuto conoscere altre persone. E così fu.

Subito fuori dall’edificio incontrammo Benita, stessa carnagione e capelli della cugina. A differenza di Diana, Benita era più “socievole” e desiderosa di conoscere le differenze culturali rispetto all’Italia. Dopo aver fatto un giro per Karl Johan Gate, ci fermammo davanti Stortinget, il parlamento e cominciai a parlare della mia terra, che loro associavano solo a mafia e al “Padrino” e cominciai a parlare di due persone che per loro erano del tutto sconosciuti: Falcone e Borsellino. Dissi che la Sicilia (e l’Italia in generale) non è fatta solo di mafia, ma esistono anche persone che hanno dato la propria vita per difendere i valori a cui la stragrande maggioranza dei miei conterranei crede e che la lotta alla mafia non sarebbe mai morta finché ci sarebbero state persone capaci di ribellarsi a questo sistema. Chiusa la parentesi “Italia loves mafia” (secondo le credenze del resto del mondo), mi proposero di andare con loro a casa di alcuni amici e accettai. Diana si volle fermare in un locale per mangiare un kebab e lì ci raggiunse un ragazzo, con dei jeans modello pantaloncini e una felpa con cappuccio annesso (che tolse soltanto quando arrivammo a destinazione). Non ricordo il nome del ragazzo, forse perché non mi importava più di tanto, ma ricordo che era americano, hawaiano, e si trovava lì per una nuova esperienza di lavoro (in un ristorante).

diario di un erasmusIl ragazzo era un amico di Benita (forse anche più, ma non mi importava nemmeno questo), Diana si trovava quasi in imbarazzo perché quella era la prima volta che ci incontravamo (e fu anche l’ultima) e mi stava portando a casa di gente che non conosceva nemmeno lei. Dopo circa 35 minuti di autobus (avevamo anche superato la fermata della mia studenthouse), ci trovammo in un luogo semisperduto in cui c’erano solo case e prati all’inglese. Prima di dirigerci verso la casa degli amici di Benita il ragazzo americano si volle fermare in un altro locale per mangiare un kebab (era l’unico nel raggio di miglia) e dopo aver consumato velocemente il pasto ci rimettemmo in cammino. Dopo 5 minuti eravamo già davanti la porta. Ricordo solo che mi avevano detto che saremmo andati a casa di brasiliani, ma non sapevo quali fossero i piani per la serata. Una volta entrati dentro, ci togliemmo subito le scarpe (è un’usanza alquanto strana per noi italiani, ma a quanto pare qui va di moda) e ci dirigemmo verso la sala comune in cui c’era un divano piuttosto grande, una specie di sediolina (scomoda come sedersi su una serie porcospini adulti), una tv con Xbox annessa e una cinquantina di giochi per la console adagiati sul mobile accanto.

Ad aprirci la porta fu l’unico francese di casa, Tibauld, un panettiere che lavorava soltanto la notte e per questo stette con noi per poco più di mezzora. Questi mi raccontò che per il lavoro che faceva, nonostante fosse molto semplice, veniva pagato piuttosto bene: riusciva a pagare l’affitto della sua stanza di 1500€ (non tanto caro secondo lui), mangiare e mettere circa 1000€ da parte (a questo punto chiunque al mio posto avrebbe detto:“Me cojoni!” – citazione che poi Mirco avrebbe fatto spesso e volentieri – , io mi concessi invece, anche se nessuno mi capì, un più che sonoro “Minchia”). Distesa sul divano c’era invece la vera attrazione della serata: Joicy. Era una ragazza sui 22 anni, indossava pantaloncini cortissimi e una maglietta che dietro le arrivava fino ai glutei, ma davanti le si fermava poco sotto il seno. Il volume della sua voce era talmente alto che probabilmente la sentivano anche i danesi di Copenaghen e la sua caratteristica principale era alternare momenti di euforia a momenti di serietà con discorsi impegnati alla Dawson’s Creek.

Oltre a loro due c’era un altro brasiliano (non ricordo nemmeno il suo di nome), che quando capì che ero italiano passò tutto il resto della serata a dire: “spaghetto”. Questo faceva tremendamente ridere Joicy, ma io ogni tanto rispondevo con “non esiste solo la parola spaghetto, ma anche cogl… testa di c… idiota…” ma non comprese mai che lo stavo prendendo per il culo (il bello di parlare altre lingue). Joicy, era una studentessa, si trovava a Oslo perché sua sorella studiava qui e lei l’aveva voluta seguire. Non le piaceva la città, la considerava sciatta e preferiva di gran lunga il Brasile. Mi rimproverò un paio di volte perché parlavo sempre dell’Italia, ma io non avevo grandi argomenti di discussione (considerando che stavo lì da poco più di 4 giorni). Tra uno “spaghetto” dell’altro ragazzo e un po’ d’incomprensibile televisione norvegese, ogni tanto Joicy nominava un certo Flavio (loro coinquilino che sapeva parlare alcune lingue tra cui l’italiano), e a me sembrò come se stesse aspettando l’arrivo del papà che tardava rispetto al solito orario di uscita da lavoro.

Quando, verso le undici, Tibauld dovette lasciarci per andare a “fare il pane” (come ci disse lui stesso), ecco che arrivò il tanto atteso Flavio: un ragazzo alto, magro, molto simpatico che d’italiano sapeva non troppo, ma sempre qualche parola in più di “spaghetto”. Flavio si dimostrò subito gentile e ci offrì coca-cola e Rum (e visto i prezzi dell’alcol qui direi che fu più gradito del caviale) e accese la console per giocare a qualcosa e ingannare il tempo. Joicy intanto che andava a fumare al balcone, mi chiamò in disparte per chiedermi alcune cose riguardo la mia scelta norvegese e perché non me ne fossi ancora pentito (era uno dei momenti alla Dawson’s Creek). Poi, dopo che finì la sigaretta, ritornammo in casa e senza che se ne accorgesse ritornò l’euforia che le fece “aggiustare” la maglietta tanto da rendere il tutto visibile ai nostri occhi, scusandosi poco dopo con un “sorry, sorry guys”.

Diana ogni tanto si girava verso di me e mi chiedeva:“hey are you ok?” (forse perché si sentiva in colpa – non so perché – per avermi portato a casa di quei tre sconosciuti). Dopo aver trascorso la serata a giocare con la Xbox, Joicy mi chiese il numero di telefono, glielo dettai e poi subito lasciammo casa dei ragazzi per dirigerci verso la fermata dell’autobus più vicina. Pensando di perdere l’ultima coincidenza ci mettemmo a correre tra scale e prati delle case dei vicini per riuscire nell’impresa, ma arrivammo che già il nostro era passato e dovemmo aspettare quello dopo che sarebbe passato circa 45 minuti dopo. Mentre eravamo seduti sulla panchina della fermata del bus, Diana mi chiese se mi fossi divertito e si scusò più volte per l’inconveniente della serata (anche se ad oggi non ho ben capito quale sia).

Benita, che aveva bevuto un po’, e il ragazzo hawaiano stavano tranquillamente limonando e furono interrotti soltanto dal messaggio di Joicy, seguito da una telefonata dal tema analogo, in cui definiva Benita, con un’eleganza degna di un buzzurro, una “troia da quattro soldi” perché ci stava provando con il quella specie di suo ragazzo (il brasiliano che sapeva dire solo “spaghetto”), anche se per tutta la serata Benita aveva avuto occhi solo per la console e nulla più. Tornai a casa poco dopo, salutando le ragazze (con la speranza di rivederle un giorno) e ridendo per quel “fuori onda” di Joicy e della “lite” con Benita.

 

Per rileggere la parte precedente

Norwegian Wood: diario di un erasmus nella terra di Munch (parte 4)

fonte foto: http://www.oslosurf.com/oslobilder/albums/userpics/10001/dennis_kebab.jpg

 

Antonello Ciccarello

Nato e cresciuto in Sicilia, ho avuto da sempre il pallino della scrittura. Laureato nel 2012 in ‘Giornalismo per Uffici Stampa’ presso l’Università degli studi di Palermo e nel 2014 in ‘Giornalismo e Cultura Editoriale’ presso l’Università degli studi di Parma, durante la mia carriera universitaria ho collaborato con alcune testate a taglio generico. Ho deciso di creare questo blog per condividere con il popolo del web i miei pensieri e, anche se non tutti li troveranno condivisibili, spero che queste pagine possano essere uno spunto di riflessione sul mondo e (non solo) sulle sue brutture.

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