Norwegian wood: diario di un erasmus nella terra di Munch (parte 3)

ErasmusSistemate le poche cose che avevo, presi l’ascensore per andare in città. Mi diressi verso la fermata più vicina e feci il biglietto sull’autobus perché non trovai alcuna macchinetta automatica nei paraggi. Quando l’autista mi chiese 50kr (all’incirca 7€) mi salì dallo stomaco un qualcosa vicino all’indignazione, ma che sapeva di vomito, ed esclamai: “Quanto??”. Per fortuna non riuscì a capire il mio italiano e preparò il biglietto in attesa che quella rapina legalizzata dal servizio dei trasporti, con il patrocinio del comune di Oslo, avesse luogo. Mi sedetti al centro del bus, vicino alla prima porta disponibile e notai come tutti i passeggeri stavano lì immobili con le cuffie al collo (capisco che non si deve dar confidenza agli estranei, però sembravano un po’ esagerati).

Il viaggio fu sempre di venticinque minuti circa, ma io mi sentii come un gatto che perde una delle sue vite. Guardai la cartina per capire dove si trovasse la mia università e decisi di scendere a Brugata, la fermata precedente alla stazione centrale, e da lì m’incamminai verso Pilestredet, la via in cui è situato il campus degli studenti HIOA, dove avrei fatto la mia “prima apparizione da Erasmus”. L’appuntamento con la segretaria era fissato per le 12 e quindi me la presi molto comoda, facendo un giro qua e là: una delle cose che colpisce subito dei norvegesi è che quando sono in “età da fumo” cominciano a sputare come dei vecchi cercatori d’oro americani del primo Ottocento. Questo m’incuriosì molto e mi riportò alla mente il grande successo di Mariottide “Perché sputi”. Capii quella strana usanza scandinava soltanto dopo qualche giorno, quando incontrai la mia study buddy (non Erasmus), Diana, che gentilmente mi ragguagliò su una specie di surrogato della sigaretta chiamato Snus.

Erasmus
Snus

Lo Snus (illegale nei paesi dell’Unione Europea) è una specie di micro sacchettino in cui è contenuto del tabacco (e se lo sanno loro cos’altro) che si posiziona nella parte superiore della gengiva e poi si lascia lì a “macerare”. Chi non sa come usarlo, deglutisce o ci beve sopra, può incorrere nel rischio di vomitare tutte le budella e parte dell’intestino crasso. Ma comunque… Durante il mio primo giro ad Oslo incontrai i genitori di uno dei miei più cari amici, che si trovavano in città come ultima tappa di una crociera nei mari del nord, ma dopo due chiacchiere, un caffè e un po’ di lamponi dovetti salutarli per recarmi dalla segretaria che si occupava degli studenti Erasmus, mrs. Bjørg. Girai un po’ il campus (che più che altro erano dei palazzi in una strada e un cortile interno, come una specie di residence) e mi diressi verso l’edificio 48, dove mrs. Bjørg mi stava aspettando.

Un’altra cosa decisamente strana dei norvegesi è che per loro il piano terra non esiste. Quello che nel resto del mondo si chiama piano terra, da loro è il primo piano. Dopo essere stato dalla segretaria, firmato tutte le scartoffie burocratiche e avermi fatto spiegare un po’ come funzionavano le cose, mi diressi verso il palazzo accanto dove avrei potuto ritirare la scheda dello studente così da poter poi comprare l’abbonamento mensile per i mezzi, che fino ad ora mi era costato 10€ soltanto per 2 tratte (a ripensarci mi vien da dire “minchia!”). Presi l’ascensore e mi diressi per quello che per me era il piano terra, ossia KJ (ad oggi non so ancora cosa significa). Mi trovai nello scantinato dell’università e un inserviente spagnolo mi spiegò (in spagnolo) che avevo sbagliato e che dovevo salire di un piano perché in Norvegia sono per i fatti loro e il piano terra gli suona male come parola.

Uscii dall’edificio con la speranza di riuscire ad avere la scheda, ma la mia felicità si trasformò subito in imprecazione, quando notai che l’orario di chiusura era proprio mezzogiorno. Altro colpo incassato. Mi diressi quindi a piedi verso il Nationaltheatret, punto strategico della città perché di fronte al palazzo reale, accanto al municipio e all’inizio della via più bella di Oslo, Karl Johan Gate. Rimasi in giro per un po’, vidi il porto, la strada di Akerbrygge (piena di negozi e ristoranti che solo a vedere i prezzi delle cose ti cadono le braccia – e non solo quelle), la fortezza di Akershus, il comune (il tutto da fuori) e cominciai la mia ricerca verso la fontana con la statua della mano che punta il dito verso il suolo (luogo della fondazione di Oslo a quanto mi dirà in seguito una norvegese) per scattare la prima “fotoinvidia” per il mio amico (che chiamerò il “bomber”), su richiesta in onore di uno degli episodi della serie televisiva inglese “Top Gear”.

EramsusLa “prima” non fu buona, ma mi ritrovai quasi per caso di fronte l’Opera House, un edificio gigantesco, che si può vivere sia da dentro (andando a vedere qualche rappresentazione), sia da fuori, ossia salendoci sopra. Questo edificio, che dà direttamente sul mare è uno dei fiori all’occhiello di Oslo, e meta preferita di turisti e gabbiani che la sorvolano o semplicemente ogni tanto la usano come bagno. Salii su quel mastodontico cubo (o quasi) bianco e rimasi lì per un po’ a contemplare la vista della capitale Europea (ma non politicamente) più che altro come scusa per riposarmi le gambe perché dal municipio all’Opera c’è una bella scarpinata di circa 2 km. Quando decisi di averne abbastanza mi diressi verso il primo caffè per andare a prendere un po’ di acqua sporca (quello che qui chiamano Kaffe) e soprattutto “scroccare” un po’ di connessione wifi, per sapere che cosa stesse accadendo nel resto del mondo.

Quasi tutti i locali sono muniti di connessione wifi gratuita per i clienti, ma quello che più mi attirò, rispetto al norvegese “Kaffebrenneriet” fu il più anglo/americano (non so assolutamente se sia vero, ma mi importa poco) “Wayne’s Coffee”.

Presi quel che sembrava caffè e rimasi a chattare su facebook per un po’, il tempo che la batteria mi abbandonasse, e poi decisi di tornare a casa, affrontando nuovamente quei venticinque minuti di viaggio. Arrivato davanti la Studenthouse, mi fermai al supermercato Kiwi per prendere qualcosa da mangiare, ma con la voglia di cucinare a zero, e con nessun utensile da cucina disponibile, pensai che pane e prosciutto erano più che sufficienti (ed economici) per la mia cena. Così fu. Passai il resto della serata ad aggiungermi ad ogni singolo gruppo riguardante Oslo e l’Erasmus (ero quasi in procinto di aggiungermi al gruppo clericale di Oslo) in cerca di qualche nuovo amico e di una birra a buon mercato da bere in compagnia. Quando mi stancai guardai qualche puntata di South Park e poi soltanto il silenzio.

Norwegian wood: diario di un erasmus nella terra di Munch, continua…

Per rileggere le prime due puntate:

Norwegian wood: diario di un erasmus nella terra di Munch (Parte 1)
Norwegian wood: diario di un erasmus nella terra di Munch (Parte 2)

fonte foto: http://scandinaviaeu.blogactiv.eu/files/2012/12/SNUS.jpg

http://www.jamielatendresse.com/jlwbcntnt/wp-content/uploads/2012/04/waynes_coffee_cups.jpg

Antonello Ciccarello

Nato e cresciuto in Sicilia, ho avuto da sempre il pallino della scrittura. Laureato nel 2012 in ‘Giornalismo per Uffici Stampa’ presso l’Università degli studi di Palermo e nel 2014 in ‘Giornalismo e Cultura Editoriale’ presso l’Università degli studi di Parma, durante la mia carriera universitaria ho collaborato con alcune testate a taglio generico. Ho deciso di creare questo blog per condividere con il popolo del web i miei pensieri e, anche se non tutti li troveranno condivisibili, spero che queste pagine possano essere uno spunto di riflessione sul mondo e (non solo) sulle sue brutture.

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