Norwegian Wood: diario di un Erasmus nella terra di Munch (parte 14)

ErasmusLa mia esperienza Erasmus era cominciata da qualche settimana e, oltre alla naturale mancanza di casa e della mia fidanzata, soffrivo molto non poter suonare la chitarra. Di questo mio “tormento” ne avevo già parlato con un ragazzo che avevo conosciuto qualche giorno prima proprio su uno di quei gruppi riguardanti l’Erasmus ad Oslo: il suo nome era Kevin, era canadese e anche lui era un appassionato di musica. Musicista e leader di una piccola band di paese dalle sue parti, passavamo molto tempo a parlare di musica e lui, durante queste sessioni di chat, mi inviava diversi link di pagine dove potevo ascoltare gruppi canadesi, sconosciuti oltreoceano (ma forse anche nello stesso Canada) e qualche inedito del suo gruppo musicale. Nonostante fossimo amici su Facebook da qualche settimana, vidi il volto di Kevin soltanto quando fu lui a presentarsi durante una festa organizzata dall’università al campus.

Il vedere tutti quei video e non poter suonare nulla mi convinse che era il momento di comprare una chitarra tutta mia. Naturalmente non puntavo in alto, avevo ormai capito che a Oslo tutto costava (e costa) il triplo rispetto all’Italia, e quindi una semplice chitarra classica, di quelle che si usano i primi tempi per imparare, sarebbe stata ottima per le mie esigenze. Così, prima o dopo le quasi quotidiane partite a calcetto con i ragazzi, facevo sempre un giro in centro alla ricerca dello strumento che tanto desideravo. Avevo già notato un grande negozio di strumenti musicali a Grünerløkka, il “4 Sound” e quindi quella fu la mia prima meta. Presi il solito bus numero 31 e dopo circa una mezzoretta scesi alla fermata, di fronte a dei piccoli manifesti che pubblicizzavano la versione norvegese del programma “The Voice”. Entrai in quell’edificio che aveva in alto una grande insegna con una Gibson Les Paul di cartone tutta nera accanto e, una volta dentro, mi sentii come in paradiso: chitarre, bassi, tastiere, amplificatori ovunque, avrei voluto vivere lì dentro piuttosto che a Bjerke ma, come tutti i sogni, ridimensionai le mie aspettative una volta avvicinatomi alle chitarre. In cuor mio speravo che le classiche, le più economiche, non costassero più di una sessantina d’euro, infondo avrei dovuto utilizzarla solo per qualche mese e poi rivenderla, tutto qui. Quando girai il cartello del prezzo e vidi che il prezzo era superiore, anche se di poco, ai 100€, capii che avrei dovuto girare ancora un po’ prima di decidere a comprarla. La mia non era tirchieria, ma consideravo soprattutto il fatto che non potevo portarla in Italia al mio ritorno, visto che per il trasporto in aereo viene chiesto di norma un centinaio d’euro. Per quel giorno mi contentai di tornare a casa e cercare qualcosa su Ebay o su Finn.no, una specie di “Subito.it” in salsa norvegese.

Quando arrivai davanti la porta trovai Chen, la mia coinquilina cinese che stava rientrando in camera sua e, come ormai di norma, ci mettemmo a chiacchierare un po’. Le dissi di quello che avevo fatto durante la giornata e lei, con naturalezza, mi rispose che aveva una chitarra in camera sua e che non la sapeva suonare e me l’avrebbe prestata volentieri fino a quando non ne avessi trovata una tutta mia. I miei occhi si illuminarono come quelli di un neo-papà quando incrocia per la prima volta lo sguardo della figlia appena uscita dalla sala parto (sì, i bambini non aprono subito gli occhi e non vedono un granché, ma in quel momento ebbi quella sensazione). Le fui talmente grato per quel gesto così gentile che per ringraziarla le dissi che le avrei dato qualche lezione per insegnarle a suonare la canzone sigla del telefilm “Friends” di cui era una fan appassionata. Ci salutammo per quel giorno e tornai subito in camera per suonare qualcosa: cominciai con il mio cavallo di battaglia “I’ve Just Seen a Face” dei Beatles, la canzone che mi fece innamorare della chitarra, diventando in seguito sempre più ossessionato da questo strumento e fastidioso per chi mi sta intorno (semplicemente perché se ho una chitarra in mano, qualunque sia la situazione, faccio veramente fatica a smettere di suonare). A causa dell’euforia causata da quel gesto così gentile della mia coinquilina e preso dalla foga di suonare insistentemente, quel pomeriggio dimenticai di andare al Kiwi (il supermercato che si trovava sotto lo studentato) per comprare qualcosa da mangiare e mi accontentai di cenare con dei mirtilli e dei lamponi che avevo lasciato in frigo il giorno prima. Non m’importò tanto della cena, finii di suonare verso le dieci di sera per non disturbare Chen, il sole era ancora alto sopra le splendide casette (in realtà erano delle ville, ma la prospettiva me le presentava come delle casette) che l’orizzonte offriva e io non avevo per nulla sonno. Chattai un po’ con Eleonora che mi aveva proposto di raggiungerla in un locale dove stava andando con altri amici, ma per quel giorno rifiutai e dopo qualche episodio di South Park andai a letto.

Per rileggere la parte precedente: Norwegian Wood: diario di un Erasmus nella terra di Munch (parte 13)

Foto: http://img1.nelso.us/92b98989e1a9c36864acc62b3b0d3c5a_358x480.jpg

Antonello Ciccarello

Nato e cresciuto in Sicilia, ho avuto da sempre il pallino della scrittura. Laureato nel 2012 in ‘Giornalismo per Uffici Stampa’ presso l’Università degli studi di Palermo e nel 2014 in ‘Giornalismo e Cultura Editoriale’ presso l’Università degli studi di Parma, durante la mia carriera universitaria ho collaborato con alcune testate a taglio generico. Ho deciso di creare questo blog per condividere con il popolo del web i miei pensieri e, anche se non tutti li troveranno condivisibili, spero che queste pagine possano essere uno spunto di riflessione sul mondo e (non solo) sulle sue brutture.

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