Norwegian wood: diario di un Erasmus nella terra di Munch (parte 18)

Diario di un Erasmus nella terra di MunchUna volta appurato che tutti fossimo in classe, “l’appello” fu ultraveloce considerando il fatto che in classe eravamo meno di 10, ci fu la presentazione individuale prima dei professori e poi degli alunni. Oltre al già menzionato Thore, quel mattino erano presenti altri due professori: Harald e Roy. Il primo alto un po’ in carne, con capelli color castano scuro, e dall’aria più giovanile e un po’ meno seriosa di Thore, il quale comunque sembrava essere per noi il professore di riferimento, anche se poi capimmo che avrebbero avuto la stessa importanza. Il secondo, era un uomo abbastanza alto (come tutti i norvegesi), magrolino come Thore, con capelli biondo cenere, barba appena accennata e dal sorriso sempre stampato sul viso. Si presentarono uno per uno spiegandoci come si sarebbe svolto il corso specificando che per la maggior parte di esso sarebbe stato solo pratica. Io mi sentivo un po’ in paradiso. Ero abituato con l’università italiana, dove la parola “pratica” è solo una chimera, un fantasma, che si aggira tra i corridoi delle facoltà e si manifesta qualche volta chi si occupa di materie scientifiche, ma per quelli come me, rimaneva ancora qualcosa di misterioso. Roy ci disse fin da subito che non sarebbe stato presente a tutte le lezioni, al contrario degli altri due. Subito dopo Thore ci disse che le lezioni si sarebbero svolte soltanto la prima, la terza e l’ultima settimana del semestre, il tempo restante l’avremmo impiegato per i nostri “Essay”, prima dell’esame. Detto questo, arrivò il nostro turno. I primi a prendere parola furono i norvegesi: Eric, Lars, Håvard, Pernille, Máret, Anja, Simen (il quale mi chiese di chiamarlo anche Simon, perché Simen pronunciato in inglese vuol dire… beh, ci siamo capiti) e Emil. Quest’ultimo, a differenza degli altri colleghi biondissimi, era di origine indiana, ma, pelle e colore di capelli a parte, era anch’egli norvegese al 100%. Tutti i ragazzi, come i norvegesi in generale, adoravano il calcio, i maschi giocavano in squadre locali (tranne Emil e Simen), tra le ragazze mi colpirono in particolare Anja, giocatrice anch’essa (scoprimmo solo in un secondo momento che era difensore della Nazionale di calcio femminile quando la vedemmo giocare all’Ullevål Stadium durante una partita – gratuita – tra Norvegia e Belgio) e Pernille, fan sfegatata del Milan con la passione per l’Italia. Parlai spesso dell’Italia e del calcio italiano con lei, dal momento che ero l’unico che potesse dare un punto di vista “interno”, soprattutto sul presidente del Milan e sulle sue passioni per le belle ragazze.

Per quanto riguarda noi ragazzi Erasmus, eravamo così pochi da poter essere contati sulle dita di una mano, mignolo escluso. Io ero l’unico maschio: Raphaela, Justyna e Maria erano le altre studentesse internazionali che con me si apprestavano per la prima volta a seguire un corso in una classe composta in buona parte da studenti norvegesi. La presentazione, escamotage per rompere il ghiaccio, ci avvicinò agli altri studenti, i quali provavano la stessa curiosità nel sentire le nostre storie, come noi avevamo fatto con loro. Quando venne il mio turno, cominciai ad elencare una serie di cose per cui l’Italia si trova sempre indietro, anche per quanto riguarda l’università. Io ero già off topic, ma loro mi ripresero, chiedendomi qualcosa riguardo il calcio italiano. Mi colpì la domanda che mi pose di Eric: “Come fate voi italiani ad essere così bravi a giocare a calcio, mentre in Norvegia, nonostante ci si alleni costantemente non arriviamo mai ai vostri livelli?” Naturalmente parlava della Nazionale e dei giocatori professionisti, ma pavoneggiandomi un po’ risposi: “Non lo so, sarà la natura!”. La cosa finì quando Thore ci disse i libri che avremmo dovuto studiare per superare l’esame, poi una volta finita la lezione, un saluto fugace con i ragazzi norvegesi, qualche parola così con le ragazze e via di nuovo ognuno per la sua strada. Non riuscimmo mai ad essere un vero gruppo, nemmeno quando andammo in gita a Bruxelles. I norvegesi si conoscevano già e non erano pronti a far entrare dei ragazzi nelle loro vite già di per sé complete. Non avevano bisogno di conoscere altro, al contrario di noi Erasmus, che in quell’ambiente ci sentivamo come bambini al primo contatto con il mondo, pieni di domande e con tanta voglia di conoscere. Il mio diario di un Erasmus nella terra di Munch si arricchì così di nuovi capitoli da sviluppare.

Foto: © khrono.no

Per leggere la parte precedente: Norwegian wood diario di un Erasmsus nella terra di Munch (parte 17)

Antonello Ciccarello

Nato e cresciuto in Sicilia, ho avuto da sempre il pallino della scrittura. Laureato nel 2012 in ‘Giornalismo per Uffici Stampa’ presso l’Università degli studi di Palermo e nel 2014 in ‘Giornalismo e Cultura Editoriale’ presso l’Università degli studi di Parma, durante la mia carriera universitaria ho collaborato con alcune testate a taglio generico. Ho deciso di creare questo blog per condividere con il popolo del web i miei pensieri e, anche se non tutti li troveranno condivisibili, spero che queste pagine possano essere uno spunto di riflessione sul mondo e (non solo) sulle sue brutture.

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